Se non vi convertirete
Lc 13,1-9 – III domenica di Quaresima – (23 marzo 2025)
Fr. Goffredo Boselli, monaco della Madia
Alcuni sono turbati da una notizia drammatica e riferiscono a Gesù che dei pellegrini della Galilea erano stati massacrati nel cortile del Tempio dai soldati romani del governatore Pilato mentre offrivano sacrifici. La brutalità del gesto ha toccato i loro cuori e li ha turbati. Sensibili alle disgrazie altrui, queste persone si rivolgono al Rabbi Gesù per ricevere da lui una spiegazione corrispondente alla loro visione del mondo e di Dio. Per loro, questi Galilei uccisi dovevano essere peccatori particolarmente incallite per morire in quel modo. Infatti, secondo la logica corrente della colpa e della punizione, i contemporanei di Gesù interpretavano questo dramma come una punizione divina e il fatto di essere stati risparmiati li rassicurava della propria giustizia.
Gesù rifiuta questa visione semplicistica e la sua risposta è inequivocabile: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti gli altri Galilei, per avere subito tale sorte? No, io vi dico. Ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. E a questa notizia Gesù ne aggiunge un’altra: quella dei passanti di Gerusalemme schiacciati dal crollo della torre di Siloe. Con la sua risposta, Gesù vuole indurre i suoi interlocutori a cambiare modo di ragionare. Gesù risponde con fermezza che queste vittime non hanno fatto nulla di male per provocare questa disgrazia. No, le vittime della sventura non sono peccatrici più degli altri. Le sciagure, le tragedie e le disgrazie che avvengono, siano esse sociali o personali, non sono una punizione di Dio, come ai nostri tempi non lo sono stati l’HIV, lo tsunami in Indonesia, la recente pandemia anche se non sono mancati predicatori che lo hanno affermato. Gesù ci mette in guardia dalla tendenza a pensare che le disgrazie siano una conseguenza immediata dei peccati personali di chi le subisce e ricorda che le disgrazie che colpiscono il mondo e gli uomini non sono un castigo di Dio. Non c’è connessione tra sofferenza e peccato. Tutto il Vangelo ci dice e ci ripete instancabilmente che Dio è amore.
“Ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Non è il nostro peccato a causare la nostra condanna, ma il nostro rifiuto di convertirci, cioè a imprimere una svolta decisiva al nostro modo di pensare, di vedere noi stessi e gli altri, di comprendere e giudicare la realtà, in definitiva di comportarci concretamente. Allora periremo tutti ma non per mano di Pilato ma per mano nostra, non per la torre che ci cade addosso ma per i comportamenti che abbiamo. Non è Dio che ci distruggerà, siamo noi che andremo alla rovina.
Comprendiamo così anche la breve parabola del fico sterile, in cui l’immagine di Dio è quella del vignaiolo che incoraggia il padrone della vigna alla pazienza. La parabola descrive dettagliatamente la cura con cui egli si prende cura del fico, offrendosi di scavare tutto intorno all’albero e di concimarlo affinché porti finalmente frutto. I gesti del contadino e il suo appello alla pazienza descrivono bene l’azione di Dio nei nostri confronti. La parabola mette in luce l’amore paziente di Dio per noi, ma sottolinea anche l’urgenza e la necessità della nostra conversione, ossia della nostra volontà e responsabilità. La vita ci è donata perché porti frutto, come l’albero della parabola che lascia aperto l’esito ogni possibile: “Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”. Sullo sfondo resta la reale possibilità che l’albero venga abbattuto e la nostra vita resti senza frutti.